UNA INTERVISTA AL GIORNO TOGLIE IL (DIS)ORDINE DI TORNO! PARTE II

 

Ringraziamo Eleonora Carrano (ORDINE LIBERO) e Francesco Orofino (FACCIAMORDINE) per aver dato seguito alla nostra iniziativa.

Che cosa abbiamo cercato di fare?

Abbiamo cercato di capire perché dovremmo andare a votare per il rinnovo di un’istituzione, l’Ordine, le cui fondamenta sembrano sempre più cedere.

Ecco quindi che ci proponiamo di offrire a tutti gli iscritti un confronto su argomenti comuni, che interessano il nostro ordine professionale e la posizione che intendono perseguire questi candidati per promuovere e rilanciare un riconoscimento alla professione dell’Architetto

Sono le uniche due liste ad aver risposto alle domande che abbiamo posto ai capolista dei gruppi che si sono presentati alle elezioni del nuovo OAR 2017

Due interviste interessanti, non banali, con risposte articolate, che pubblicheremo una di seguito all’altra.

Sono due testi piuttosto lunghi che potrebbero scoraggiare il lettore, ma invitiamo gli iscritti all’Ordine di Roma (e non solo) a prendersi il tempo di leggerli, perché anche se siamo nell’era dei post usa e getta, dei twitter da 140 caratteri, crediamo sia necessario ogni tanto rallentare e approfondire alcuni temi.

Avremmo chiaramente preferito avere le risposte di tutte e 4 le liste, ed avere così la possibilità di un confronto completo.

Così non è stato e ne prendiamo atto con dispiacere, ma rimaniamo comunque disponibili ad un eventuale ulteriore confronto con le altre due liste che non hanno risposto (Noi Architetti e Pro Architettura)


LE RISPOSTE IN “ORDINE” DI ARRIVO, PARTIAMO CON:


#FACCIAMORDINE

  1. A cosa serve l’Ordine?

Questa è la domanda fondamentale che ciascuno dovrebbe porsi in questa tornata elettorale.

Per noi candidati di #facciamordine una seria riflessione sull’identità e sul ruolo degli Ordini professionali è stata una premessa imprescindibile per impostare il programma di lavoro di chi si candida a governare, nei prossimi anni, il Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma.

L’Ordine degli Architetti è un Ente Pubblico non economico, vigilato dal Ministero della Giustizia, cui compete principalmente la tutela della collettività e della committenza, verso la quale si rende garante

– con azioni di vigilanza e di controllo – della qualità delle prestazioni e del rispetto delle regole.

Questa è oggi la natura dell’Ordine. Può non piacerci, possiamo pensare che vada riformata, ma oggi è così.

Una sentenza della Corte di Cassazione del 2003 ha chiarito che l’azione di un Ordine è prioritariamente motivata nell’interesse della collettività e, solo di riflesso, nell’interesse dei professionisti stessi.

La costruzione ordinistica, nel nostro Paese, trova dunque la sua ragion d’essere negli interessi collettivi nei confronti dei quali l’Ordine è strumento di garanzia.

In poche parole l’Ordine degli Architetti esiste perchè lo Stato Italiano ha riconosciuto nel lavoro di chi progetta e pianifica le trasformazioni fisiche del territorio e delle città un ambito talmente importante e delicato da richiedere l’istituzione di un’organismo pubblico di garanzia e vigilanza a tutela dei cittadini.

Lo ha fatto perchè il lavoro dell’Architetto incide su di un diritto costituzionale – il famoso art. 9 – al pari di chi incide sul diritto alla salute o alla giustizia.

Lo ha fatto per offrire alla collettività uno strumento di tutela rispetto alla cosiddetta “asimmetria informativa”, alla incapacità, cioè, dell’utente di disporre degli strumenti necessari per valutare la qualità delle nostre prestazioni e la congruità dei relativi compensi.

Quanti dei nostri iscritti sono consapevoli di questo? Quanti invece continuano a pensare che l’Ordine sia il sindacato corporativo degli Architetti?

Certo esiste per tutti noi un problema: quello della rappresentanza.

Il Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma “rappresenta” i suoi quasi 18.000 iscritti? Gli ordini professionali, per la loro natura, sono organismi di rappresentanza di interessi di una categoria?

Questa difficoltà a veicolare attraverso uno strumento ibrido come l’Ordine professionale forme efficaci di rappresentanza è un questione da affrontare una volta per tutte.

Siamo tutti consapevoli che sul mondo dei professionisti – e degli architetti in particolare – negli ultimi decenni sono “precipitati” provvedimenti vessatori, sbagliati, inutili che hanno reso il nostro lavoro sempre più difficile e sempre meno riconosciuto e remunerato.

Perché non siamo riusciti a contrastare questa “deriva”?

Nei sistemi democratici evoluti la difesa degli interessi di categorie di lavoratori o di cittadini si veicola attraverso la libera rappresentanza.

Gruppi di persone che condividono obiettivi scelgono (e sottolineo scelgono) di associarsi in strutture dotate di una forza maggiore dei singoli per far valere le proprie ragioni.

Liberi sindacati, libere associazioni di categoria operano per difendere interessi, anche di tipo corporativo. Usano strumenti di pressione, fanno lobby, aprono trattative.

Un lavoratore metalmeccanico sceglie da chi farsi rappresentare per ottenere diritti e tutele: la FIOM o la FIM o la UILM o un sindacato autonomo. Se non si è soddisfatti del lavoro di una organizzazione di rappresentanza si ritira la propria adesione o si sceglie un altro sindacato.

Ha scritto il professor Riccardo   Cappello   – Presidente dell’Associazione Giuristi e Consulenti Legali e autore de “Il Cappio : perchè gli ordini professionali soffocano l’economia italiana ” – “L’iscrizione obbligatoria (agli ordini) …se favorisce lo sviluppo della base associativa legittima il dubbio su quanto gli ordini rappresentano le categorie da cui originano. Una rappresentanza priva di volontarietà diventa discutibile poichè l’obbligo dell’iscrizione rende difficile la quantificazione delle reali adesioni.

Tutti noi chiediamo ogni giorno agli Ordini di farsi portavoce dei nostri problemi e delle nostre richieste. Pensiamo di pagare annualmente una quota per ricevere in cambio battaglie utili per migliorare le condizioni del nostro lavoro.

Ci siamo affidati ad una sorta strano essere mitologico, divenuto negli anni per un terzo sindacato, per un terzo magistratura e per un terzo ente garante di interessi pubblici.

Forse abbiamo sbagliato. E’ l’incapacità di dotarsi di veri sistemi di rappresentanza che ha portato alle conseguenze elencate in precedenza.

Un Ordine non è e non può essere una parte sociale.

Eppure in questa campagna elettorale leggo programmi in cui si promettono azioni da dopo lavoro aziendale (kindergaten peri figli degli iscritti) o da Centri di Assistenza Fiscale e recupero crediti e via dicendo.

Dobbiamo trovare finalmente il coraggio di cambiare. Non abolendo gli ordini professionali. Ma restituendoli al ruolo per il quale sono nati e cercando ogni strada utile per far nascere e crescere vere forme libere di rappresentanza.

  1. Come pensate che l’Ordine possa essere utile ai professionisti visto che formalmente non ha compiti di rappresentanza?

L’Ordine, nell’interesse della collettività, per noi ha un compito prioritario: promuovere in tutti i modi possibili la qualità dell’Architettura e delle trasformazioni del territorio per favorire il miglioramento della qualità della vita dei cittadini; tutelare il diritto della collettività ad ambienti di vita armonici e sostenibili sia dal punto di vista ambientale che sociale, economico ed estetico.

In tal senso anche le azioni per preservare la dignità professionale devono diventare strumenti per garantire i cittadini rispetto al lavoro degli architetti.

In sostanza attraverso il filtro interpretativo della garanzia di un diritto collettivo assumono significato le battaglie che ci impegnamo a fare per una legge per l’architettura, per la riforma del Codice degli appalti, per la promozione di “veri” concorsi di progettazione, per la semplificazione e la trasparenza delle procedure autorizzative ecc.

Vogliamo un Ordine che, proprio a partire dall’autorevolezza che deriva dalla sua natura, torni a suscitare una nuova domanda sociale di architettura nella provincia di Roma.

Come ha scritto Giancarlo De Carlo non esiste in Italia più alcun rapporto tra società e spazio fisico perché la società non chiede più nulla all’architettura.

Per questo dobbiamo avviare una grande campagna culturale per “formare” una committenza consapevole e responsabile.

E’ questa una priorità assoluta per ridare qualità alle opere di trasformazione e gestione del territorio e, di conseguenza, per ridare credibilità al nostro lavoro. Una priorità forse ancor più importante delle battaglie per cambiare i provvedimenti legislativi del settore o per incrementare i concorsi o per semplificare le procedure edilizie o per far chiarezza sulle competenze ecc. ecc.

O meglio, suscitare una domanda diffusa di qualità nel nostro settore è un passaggio obbligato per cambiare la legislazione, semplificare le procedure, restituire certezze sulle competenze professionali e via dicendo.

Ha scritto Bruno Zevi “sull’educazione dei clienti non occorre indugiare. L’Italia è l’unico paese del mondo civile i cui fruitori di architettura non siano oggetto di attenzione, di pressione didattica. Il risultato è che la nostra storia architettonica appare, sempre più, ingemmata di occasioni perdute.”

Altri settori in questi anni sono riusciti a far crescere una consapevolezza dell’importanza della qualità: pensiamo al design, al cibo, alla moda. Per l’architettura la domanda sociale è ancora molto bassa, soprattutto se paragonata ad altri paesi europei.

Ritengo sia sterile continuare a lamentarsi quotidianamente sulla carenza di occasioni di lavoro per i troppi architetti italiani se non si comincia ad intervenire in profondità su una delle cause decisive di tale carenza (certamente non l’unica): la nostra offerta continuerà sempre ad essere sovrabbondante e non competitiva se non sapremo suscitare nel mercato una nuova domanda dei nostri servizi.

Il sociologo Gian Paolo Prandstraller – nel suo saggio “L’imprenditore quaternario – Avanguardie del capitalismo immateriale” – nell’individuare i fattori caratterizzanti del passaggio da un’economia del terziario ad un’economia del quaternario, identifica un fenomeno chiave: la mobilitazione dei fruitori.

L’economia nuova – scrive Prandstraller – non si basa soltanto sull’innovazione scientifica e sull’intraprendenza…né sull’apparizione dei cosiddetti servizi a valore aggiunto più personalizzati….Essa è fondata su un fenomeno che la distingue in modo radicale dall’economia del primo assetto post- industriale. Si tratta della mobilitazione della clientela…cioè sulla capacità di richiamare l’attenzione di grandi masse su un dato prodotto o servizio che, per le sue caratteristiche, conquista tali masse e le rende ad esso affezionate e persino devote”.

Di qui nascono molti possibili programmi di lavoro – anche molto concreti – per un Ordine professionale degli Architetti.

Troviamo forme e modi per raccontare con convinzione ai cittadini di Roma e della sua provincia che rivolgersi ad un architetto significa rivolgersi a chi sa offrire risposte anticipatrici per bisogni insoddisfatti della vita.

Proviamo a individuare strumenti che facciano maturare una consapevolezza collettiva di quanto, nella società contemporanea – per dirla sempre con le parole di Prandstraller – “la professione di architetto assume un’importanza particolare e diviene simbolo di comportamento creativo…..Nessun contesto economico importante può svilupparsi senza architetti (e urbanisti) di vaglia…..L’architetto è forse la figura intellettuale più affine, quanto a capacità di mobilitazione, all’imprendtore creativo; è anzi uno dei maggiori imprenditori nel campo dell’immateriale”.

Se crediamo in queste analisi dobbiamo cessare di raccontarcele solo tra di noi, di parlare sempre tra ed a colleghi, di strutturare tutta la nostra azione per i soliti addetti ai lavori. Cominciamo a mobilitare gli utenti del nostro lavoro.

  1. Il tema dell’equo compenso, come parziale recupero di un riconoscimento professionale dell’architetto, è   stato   centrale   nelle   rivendicazioni   dei   liberi   professionisti   degli   ultimi   mesi.   La Comunità Europea, attraverso la “Riforma e modernizzazione delle regole professionali specifiche, nella prospettiva della politica della concorrenza”, auspica invece l’abolizione dei prezzi fissi e l’attuazione di nuove misure di garanzia della qualità delle prestazioni professionali. Ritenete l’introduzione dell’equo compenso una battaglia ancora attuale e quali dovrebbero essere le ulteriori misure da introdurre a garanzia della qualità delle prestazioni professionali?

Aver pensato che affidare esclusivamente al “libero mercato” ed alla concorrenza la determinazione del compenso per i progettisti ha generato dei mostri. Lo abbiamo visto prima di tutto nel settore delle opere pubbliche dove abbiamo assistito a gare di progettazione affidate con riduzioni dell’80%, 90% degli onorari. Questo ha prodotto, ovviamente, progetti scadenti e conseguenze nefaste, anche sotto il profilo economico, nella realizzazione delle opere.

In un’opera di architettura la strada migliore per ottenere qualità e costi congrui è quella di investire molto nel progetto. Per questo ritengo indispensabile reintrodurre norme che assicurino un compenso equo per la nostra attività professionale.

Sarebbe auspicabile un’azione forte da parte di tutte le forze sindacali di rappresentanza delle professioni tecniche per ridare dignità anche economica al nostro lavoro. Ma per far ciò occorrerebbe avere sindacati forti. E allora torniamo alle considerazioni precedenti.

Ho condiviso i contenuti della manifestazone “Noi Professionisti” del maggio scorso ma ho ritenuto paradossale l’ingombrante presenza degli Ordini, cioè di Enti pubblici vigilati dal Governo. In questo modo continuiamo a mortificare qualsiasi possibilità di far crescere libere associazioni di rappresentanza dei nostri interessi.

  1. Quali sono al di là dei proclami da campagna elettorale gli strumenti pratici che intendete promuovere per un rilancio strutturale della professione capaci di incidere su una platea ampia come quella di Roma

Noi di #facciamordine intendiamo prima di tutto promuovere azioni concrete per un rilancio strutturale dell’Architettura (prima ancora che della professione) a Roma e nei comuni della provincia.

Per farlo crediamo che L’Ordine debba riacquistare la capacità di essere un interlocutore autorevole di istituzioni e amministrazioni locali su tutte le materie che riguardano il governo delle trasformazioni dei territori e delle città.

Vogliamo aprire da subito un confronto rigoroso con l’amministrazione di Roma Capitale e di tutti i 121 comuni della provincia, con l’area metropolitana di Roma e con tutti i Municipi.

Pensiamo ad un Ordine che dialoghi con le associazioni dei consumatori, con il mondo sindacale, con il mondo imprenditoriale e con tutte le forme organizzate di committenza.

A tutti questi soggetti chiederemo azioni concrete, ad esempio, sul tema dei concorsi di progettazione.

Per noi i concorsi di architettura devono essere il punto di partenza dei processi di trasformazione sociale ed economico della città e del territorio, devono essere sempre attuati e all’architetto deve essere sempre affidati il progetto, il controllo e la direzione dell’opera.

Noi siamo convinti che lo strumento migliore per promuovere la qualità dell’Architettura, sia il confronto tra alternative di progetto.

Ma chiederemo sempre che siano banditi concorsi di progettazione veri, in cui ci sia certezza sull’assegnazione al vincitore dell’incarico delle fasi successive (compresa la direzione lavori) e certezza sulla realizzazione dell’opera.

Più concorsi veri, quindi, e molti meno concorsi di idee, quasi sempre ridotti a semplici kermesse per amministratori locali a spese degli architetti italiani e senza alcuna reale ricaduta nella trasformazione dei luoghi.

In sintesi: in questa campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma noi non promettiamo che troveremo lavoro a tutti gli iscritti o che alzeremo il loro reddito e via dicendo: noi ci impegnamo prima di tutto a lavorare intensamente affichè si moltiplichino le occasioni per produrre Architetture di qualità nei nostri territori.

  1. 3 punti che portereste con urgenza sul tavolo della Conferenza degli Ordini
  2. Il regolamento del CNA sulla formazione sembra essere inadeguato attualmente. In quale modo intendete affrontare la questione formazione di 18.000 architetti e quali sono a vostro avviso i punti del regolamento che vanno modificati?

Riunisco le due domande precedenti in un unica risposta perchè la prima questione che porteremo alla Conferenza degli Ordini riguarda proprio la formazione professionale.

L’aggiornamento professionale obbligatorio per gli architetti ed il connesso meccanismo di riconoscimento dei crediti formativi si è rivelato un vero disastro.

E’ diventato nella maggior parte dei casi una vessazione burocratica e non un’occasione di crescita professionale.

Per quanti di noi frequentare corsi che erogano i crediti ha rappresentato la risposta ad una reale esigenza di aggiornamento? Quanti noi hanno accumulato crediti on line con il computer acceso e l’audio abbassato pronti a cliccare ad ogni pop up di verifica?

Usciamo da questa ipocrisia.

È urgente assumere tutte le iniziative utili per contrastare questi meccanismi e la logica con cui sono stati concepiti.

Proporremo un approccio diverso, anche a costo di forzare i regolamenti vigenti varati dal Consiglio Nazionale se non riusciremo a cambiarli.

Vogliamo prima di tutto individuare soluzioni alternative per il riconoscimento di crediti formativi a chi partecipi ad un concorso di progettazione, o dimostri di aver fatto una esperienza professionale significativa (il Consiglio Nazionale degli Ingegneri lo consente già adesso), o a chi abbia curato una mostra o scritto una pubblicazione o un saggio su temi innovativi in architettura, ecc.

Allo stesso tempo ci impegneremo per garantire agli iscritti un’offerta formativa di qualità che rappresenti realmente un’occasione di aggiornamento professionale e non un semplice obbligo burocratico.

Il secondo punto che vorremmo affrontare con gli altri Ordini provinciali riguarda l’impegno per una seria riforma del Codice degli Appalti.

Per produrre architetture di qualità occorre un sistema di regole che lo consenta. Nel nostro Paese l’apparato normativo vigente sembra andare in tutt’altra direzione. Soprattutto in materia di opere pubbliche.

Noi chiederemo una riforma radicale del Codice dei Contratti.

Il Codice, anche nella sua ultima versione, svela senza ombra di dubbio l’ignoranza del legislatore in fatto di architettura e di progettazione architettonica. Il Codice ignora cosa sia un’opera architettonica e cosa sia il progetto d’architettura, che continua a considerare come un servizio e non come un’opera di ingegno. Il Codice ignora ruoli e compiti dei diversi soggetti che partecipano al processo edilizio. Confonde committenza, impresa e progettista delegando alla Pubblica Amministrazione ed ai suoi uffici tecnici il compito di progettare l’opera e non di programmarla e di controllarne la realizzazione.

La soluzione a questi problemi non può più essere una ennesima modifica di articoli e commi dell’attuale Codice degli Appalti.

Per questo ci impegneremo per promuovere un distinto “Codice della Progettazione delle opere pubbliche”, che preveda lo stralcio, dall’attuale codice, di ogni norma inerente la progettazione.

  1. Cosa pensate di fare per far cessare l’ormai diffusa ed inqualificabile consuetudine di utilizzare negli studi di architettura, di qualunque dimensione essi siano, la collaborazione di colleghi più giovani e con meno esperienza spesso senza riconoscere nemmeno un rimborso spese o con compensi assolutamente inadeguati all’impegno richiesto e con orari da miniera inglese della fine dell’800. Non ritenete che tali comportamenti debbano essere duramente sanzionati fino alla cancellazione dall’ordine per i casi più gravi.

Il problema esiste e crea una condizione di pesante precariato nei giovani colleghi. Questa è una battaglia sacrosanta che – lo ripeto anche a costo di essere noioso – se esistessero sindacati dei professionisti forti e rappresentativi potrebbe essere condotta con molta più incisività.

L’Ordine ha comunque il compito di far rispettare delle precise norme del codice deontologico per le quali “nei rapporti con i collaboratori, da intendersi tutti i prestatori d’opera che svolgono lavoro prevalentemente proprio e senza alcun vincolo di subordinazione, e nei confronti dei dipendenti, da intendersi tutti coloro che svolgono prestazioni di lavoro con qualsiasi qualifica, alle dipendenze e con vincolo di subordinazione, il Professionista deve compensare la collaborazione in proporzione all’apporto ricevuto” (art. 21 Codice di Deontologia). Il rispetto della deontologia professionale è uno dei compiti prioritari di un Ordine. Ma quanti di noi hanno mai letto il nostro Codice?

Crediamo anche necessario lavorare con la Regione Lazio per incrementare le agevolazioni per i tirocini retribuiti negli studi di progettazione.

  1. Cosa pensate delle piattaforme web di offerta servizi professionali, quale frontiera dei nuovi rapporti lavorativi? In quell’ambito quali strumenti sono da adottare per il rispetto delle regole e della dignità della professione?

Nell’era digitale non vi è dubbio che il web può rappresentare uno straordinario strumento per far incontrare domanda e offerta anche nel nostro settore. Ma ritengo profondamente nocive esperienze di siti che “offrono” prestazioni pseudo professionali gratuite o con compensi ridicoli.

Penso a realtà come Cocontest. Una persona ha bisogno di ristrutturarsi casa? Scrive al sito web e “riceve decine di progetti realizzati da architetti e designer di tutto il mondo. Non gli rimane che scegliere un vincitore e iniziare la ristrutturazione.” (sul sito è scritto proprio così).

In questo modo contribuiamo a svilire il senso del nostro lavoro. E’ la traduzione in chiave digitale del “architè famme no schizzo, che te costa”. Non esiste un sito in cui un cittadino descrive i sintomi di una malattia e riceve decine di diagnosi da medici di tutto il mondo!

Noi vogliamo usare le potenzialità del web per far capire che non è questo il nostro lavoro. E’ un passaggio importante. Se andate sul sito del Riba o degli Ordini degli Architetti Regionali francesi trovate intere sezioni che spiegano ai cittadini cosa fa un architetto, quali sono le sue competenze, quanto valgono le sue prestazioni. Sui siti internet dei nostri Ordini tutto ciò non esiste. Noi ci impegniamo a farlo

  1. Durante il periodo di Presidenza dell’arch. Schiattarella, in cui tu eri Consigliere, venne iniziato un percorso per arrivare alla proposta di una legge sull’architettura che per ragioni politiche si arenò. Oggi, che di questa legge se ne sente ancor maggiormente la necessità, come pensate si possa fare meglio di quello che fece l’ex Presidente Schiattarella?

E’ vero. Fu fatto un lavoro importante che portò alla presentazione in Parlamento di un disegno di legge, che anche io ho contribuito a scrivere, intitolato “Legge quadro in materia di valorizzazione della qualita` architettonica e disciplina della progettazione e delega al Governo per la modifica del codice dei contratti pubblici, di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163”. Primo firmatario il Sentore Luigi Zanda

Quel testo è a mio parere un ottimo punto di partenza per riprendere il lavoro sulla Legge per l’Architettura.

Certamente occorre aggiornarlo e integrarlo ma i suoi principi generali e la volontà di incidere direttamente sul Codice degli Appalti restano validi.

Nel disegno di legge all’art. 1 è scritto “La presente legge riconosce il progetto come opera dell’ingegno e ne tutela l’unitarietà dello sviluppo, dall’ideazione alla realizzazione”.

Sempre per citare qualche passaggio, all’art. 8 si legge che occorre “prevedere che le attivita` di progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva siano affidate al medesimo soggetto, pubblico o privato, salvo che in senso contrario sussistano particolari ragioni, accertate con provvedimento motivato dal responsabile del procedimento….” o ancora che occorre “in via generale, nell’ambito della procedura di affidamento di lavori, escludere la possibilita` di affidamento congiunto mediante appalto degli incarichi di progettazione e di esecuzione…”.

Dobbiamo impiegare ogni possibile energia per riprendere l’iter parlamentare di approvazione della legge, a costo di incontrare uno per uno tutti i nostri Parlamentari, a cominciare dal Senatore a vita Renzo Piano.

L’Ordine che vogliamo deve fare una vera e propria azione di lobbying trasparente su questo tema.

Veramente non si comprende perché in Italia non si approvi una Legge che esiste già in tanti altri paesi europei. Non solo in Francia. Ad agosto di quest’anno, per citare un esempio, anche il governo della Catalogna ha approvato una sua Legge per l’Architettura.

Se avremo la fiducia dei nostri colleghi questo sarà una delle prime azioni che affronteremo. A tutela di un diritto collettivo. Il Diritto all’Architettura.